

Gennaio 2009, nasce Alex.
Nello stesso anno un peggioramento delle mia artrite reumatoide mi mise in condizioni di non poter più svolgere appieno e con successo la mia professione per parecchi mesi.
Dopo vari tentativi di chiedere allo stato, enti ed associazioni di vario genere un temporaneo aiuto, sopratutto finanziario, fui costretto, allo stremo delle mie possibilità, a rivolgermi ai servizi sociali.
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Questa condizione ha provocato, in breve tempo, il dissesto rovinoso della nostra famiglia.
Dopo numerose e insistenti richieste, essi ottennero di essere ospitati presso una struttura di accoglienza presso casa, ma da quel posto, anche dopo la mia guarigione e la relativa ripresa con successo del mio lavoro, anche dopo il positivo rafforzamento dei nostri rapporti familiari, la mia famiglia non potè più fare ritorno a casa e per oltre un anno mi fu impedito di incontrare sia il bimbo che la madre. Questo avvenne poichè, per poter essere ospitati in tali strutture, è necessaria una valida motivazione o un' ordinanza del Tribunale. Cosicchè la mia compagna, in seguito ai suggerimenti di pediatra e psicologo, per poter essere accolta in casa famiglia, ha dovuto sporgere falsa denuncia nei miei confronti per presunti maltrattamenti da lei subiti dal sottoscritto, per poter essere colà “ospitata” insieme a nostro figlio. Tutto questo accadde, ovviamente, a mia
insaputa, fino al giorno in cui mi fù notificato l’ atto giudiziario. Ad obbligare la mia compagna a denunciarmi, sono stati, oltre deprecabili suggerimenti di psicologo e pediatra del consultorio da noi frequentato, le velate minacce di vari operatori del settore, che fecero intuire alla mia compagna il reale pericolo di poter perdere anche lei il bimbo, qualora avesse deciso voler di tornare a casa. Testuali parole della mia compagna furono in quel periodo: “mi hanno detto che io posso tornare a casa ma Alex deve restare là” e “mi hanno detto che devi andare tu a chiederlo al Giudice” Essa, ha difatti successivamente ritirato la denuncia, nella speranza di poter in quel modo, ovvero ammettendo la verità, di poter tornare a casa come prima, invece in seguito ad indagini della Procura penale, la mia compagna è stata denunciata (dalla Procura stessa e non certo da me), per calunnie nei miei confronti, essendo le accuse risultate effettivamente false. La situazione odierna è questa: Ho il permesso di vedere mio figlio presso una struttura di nome “spazio neutro” , due ore al mese e l’ incontro avviene sotto il controllo di alcuni operatori. Il bimbo viene portato dalla madre, con la quale mi è stato consigliato di “evitare di avere rapporti”, pena l’ interruzione dei colloqui, il tutto con un forte sapore di ricatto. La madre, mentre io gioco col bimbo in una stanza dalla quale non si può uscire, deve attendere in sala d’ aspetto e al termine dei colloqui devo attendere qualche minuto forse perché temono che io li segua per qualsiasi motivo. Mi chiedo come sia possibile, a un bimbo che ama entrambi i genitori, proibire di giocare insieme a mamma e papà: sottolineo insieme: una cosa che vede fare da tutti gli altri bambini mentre a lui, invece, è proibita. Quand' anche papà e mamma si incontrano e potremmo stare insieme tutti e tre, essi non si parlano, non si guardano, si evitano. Lui non ha una famiglia: lui ha passato tutti i Natali, i compleanni, ogni festa senza un papà che ama forse più della madre stessa: i fatti lo dimostrano abbondantemente. Il suo affetto per me è incommensurabilmente grande. Non mi è stato mai possibile parlare con il Giudice, se non un sostituto onorario al suo ultimo giorno di incarico. I servizi sociali sono, a loro dire, impotenti e intanto ho perso mio figlio quando aveva 9 mesi e ora ha tre anni. Questa è, palesemente, una situazione inaccettabile e chiedo che venga terminata al più presto.
Alex in quel periodo aveva circa otto mesi. Mi ritrovai ad avere sulle spalle una responsabilità enorme: il denaro era finito, non riuscivo a lavorare, le persone a cui chiesi aiuto (collaboratori e conoscenti di lavoro, amici), altro non fecero che approfittare della situazione per mera venalità e a loro esclusivo vantaggio.
Chiesi ad Aicha, a quel punto, di aiutare la nostra famiglia in altro modo: Alex già frequentava il nido e Aicha avrebbe potuto, temporaneamente, trovare un lavoro qualsiasi. Chiesi a tutti i miei amici e parenti di aiutarmi a trovargliene uno. Ne furono trovati parecchi e anche interessantissimi, ma mai essa si interessò alla cosa: tu sei l' uomo e tu devi pensare a tutto. Questa è sempre stata la sua risposta. Fu così che, giunto alla disperazione con mani, ginocchia e varie articolazioni gonfie e doloranti, decisi di chiedere aiuto ai Servizi sociali. Presi Aicha, il bimbo e mi recai in una casa famiglia che conoscevo, vicino a casa, chiedendo loro di ospitarli almeno temporaneamente, in quanto io non ero in grado di farlo. Occorsero circa tre mesi, per riuscire a riprendere faticosamente il mio lavoro. In questo periodo Aicha e bimbo, venivano ogni giorno a casa per rientrare in comunità nel tardo pomeriggio. Fu a questo punto che iniziarono i problemi. Alla nostra richiesta di poter tornare a casa con il bimbo ad Aicha fu risposto che lei poteva tranquillamente tornare a casa, ma il bimbo no. Fu proprio Aicha a dirmi: non mi lasciano venire, devi chiederlo tu al giudice! Questo a causa di un decreto del Tribunale. Inoltre, per poter restare vicino al bambino, in quella casa famiglia, essa avrebbe dovuto addurre un motivo valido, come ad esempio, una denuncia per maltrattamenti nei miei confronti. Questo suggerimento le fu dato (per sua ammissione) dallo psicologo e dalla pediatra del consultorio. A questo punto Aicha era davanti a un bivio: o perdere il bimbo e tornare da me, o perdere me e tenersi il bimbo, seguendo il percorso dei SS, Ovvie e comprensibili, quindi, le sue decisioni di stare con Alex! Il sottoscritto non aveva ricevuto nè notifica dal tribunale nè da chicchessia, e di conseguenza, al rifiuto della casa famiglia di farmi vedere il bambino, seguirono le mie vibranti e pacifiche, seppur rumorose, proteste. Fui, a quel punto, diffidato dall' avvicinarmi ad Aicha e mio figlio per un anno. Fui denunciato per lesioni e maltrattamenti! Per un anno non vidi piu' mio figlio nè la mamma. I servizi sociali e il Tribunale dei minori hanno così distrutto una famiglia in difficoltà.....mentre sarebbe stato sufficiente un piccolo aiuto e qualche consiglio. VENIAMO AD OGGI: il giorno 13 dicembre 2011 scorso, dopo un anno in cui mi era concesso di vedere mio figlio a "spazio neutro, con l' educatrice e lo psicologo, mi vien data notizia che il bimbo sarebbe stato accompagnato al colloquio con me, oltrechè dall' educatrice, anche dalla mamma. La mia gioia fu immensa, pensavo che finalmente, per la prima volta nella sua vita, un bambino sarebbe stato con la sua famiglia al completo, che avrebbe potuto giocare, finalmente, con mamma e papà insieme. Nossignore: la mamma ha dovuto aspettare con l' educatrice la fine dell' ora in cui ho giocato, da solo, con mio figlio. Questo è un atto disumano e crudele: si vuol far credere al bambino che la sua famiglia è questa: padre e madre che non si parlano, sono nemici e divisi. Ci hanno invece diviso loro, ci hanno costretto a stare lontani uno dall' altro contro la nostra volonta per oltre un anno: ancora oggi la madre e' costretta a mentire, ad accusarmi, aD evitarmi e non frequentarmi nel timore di essere allontanata dal bimbo. mi chiedo inoltre cosa possa aver intuito Alex, nel vedere il papà in una stanza e la mamma assente: ha 3 anni e intende perfettamente.
Ieri, 19 dicEMBRE 2011 Mi sono recato negli uffici di V.le Tibaldi, Milano, per chiedere all' assistente sociale lumi su un tale comportamento. Beh, ragazzi, per lei è normale: Alex capirà di avere una famiglia così: tutto normale tutto nella regola. La mamma, sotto pieno ricatto, non oserà mai dire quali sono le sue vere intenzioni o per lo meno i suoi sogni, pena la sparizione del nostro bimbo. Tra pochi giorni sarà Natale. Non so dove Alex lo passerà, non credo con suo padre. E' il terzo Natale in cui vedrà bambini gioiosi e felici con mamma e papà nelle loro case, felici e sorridenti. Lui no: per lui, che non ha fatto mai del male a nessuno, questo diritto è negato. E dovrà essere anche felice di questo o gli toglieranno anche la madre. Per ora, non ho piu' parole. - 20 - gennaio - 2011 |
L' ARTRITE REUMATOIDE I pareri dei medici allora consultati, mi assicurarono comunque che in qualche mese e con adeguate cure, sarei potuto tornare al mio lavoro "quasi come prima", a patto di rispettare alcune essenziali regole, essendo l' artrite reumatoide una malattia invalidante e autoimmune, per la quale non esistono che cure che risolvano la malattia. E' possibile, a volte con molta difficoltà, tenerla "sotto controllo". Si presume, inoltre, che l' aggravarsi dei sintomi della malattia si verifichino sopratutto in presenza di ansia, eccessivo stress, insufficente riposo, presenza di contrasti familiari e/o lavorativi, in soggetti predisposti.
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